Perché siamo così arrabbiati con la politica?
Dopo l’ennesimo «deve aspettare», qualcuno riconosce finalmente quello che stai perdendo. Il difficile comincia quando, insieme al riconoscimento, arriva un colpevole già pronto.

Hai consegnato il documento che mancava. Per farlo hai preso un’altra mattina di permesso. Allo sportello c’è una persona gentile: anche lei dice che bisogna aspettare. Non sa dirti quanto. A casa ti chiederanno com’è andata e risponderai «niente», anche se quella mattina qualcosa è successo: hai perso ore di lavoro e sei tornato senza sapere che cosa fare.
È una situazione possibile, una delle tante. Non spiega da sola la rabbia contro la politica. Aiuta però a vedere una parte del problema che scompare facilmente dalle discussioni: l’esperienza di fare tutto quello che ti viene chiesto e di non riuscire comunque a farti ascoltare.
Quando qualcuno dice ad alta voce che una cosa del genere è ingiusta, può essere un sollievo. Liquidarlo come l’ennesimo discorso «di pancia» significa non accorgersi di che cosa ha riconosciuto. Resta da capire se, dopo averci riconosciuti, ci aiuterà anche a cambiare qualcosa.
Quando l’attesa sembra un giudizio su di te
Nel primo capitolo di Il Ragioniere delle Ombre, Sergio ha un’officina e un figlio che studia. Quando il padre parla di pratiche, ritardi e clienti che non pagano, il ragazzo risponde: «Papà, però devi aggiornarti». Crede di aiutarlo. Ha imparato un linguaggio nel quale ogni difficoltà sembra avere una spiegazione ragionevole, e dal suo posto è facile pensare che il padre non si sia mosso bene.
Sergio non è un uomo senza difetti. È orgoglioso, si chiude nei silenzi, fatica a chiedere aiuto. Il figlio impiegherà anni a distinguere quei difetti da ciò che gli è accaduto. Quando rilegge le carte dell’officina trova una frase, scritta dal padre, che prima non avrebbe saputo ascoltare:
«Non mi hanno sconfitto quelli più bravi. Mi hanno sconfitto quelli che potevano aspettare più di me.»
Dal capitolo 1 di Il Ragioniere delle Ombre. Sergio ed Edoardo sono personaggi di finzione.
Il pagamento in ritardo ha conseguenze diverse per chi ha riserve e per chi deve saldare una rata venerdì. E quando chi aspetta si sente anche spiegare che dovrebbe essere più capace, alla difficoltà si aggiunge la vergogna. Può arrivare a crederci perfino suo figlio.
Essere trattati da adulti, poter organizzare la propria vita: anche questo si cerca in una risposta politica.
Che cosa sappiamo della sfiducia nella politica italiana
I dati impediscono almeno una scorciatoia: raccontare un’Italia in cui nessuno si fida più di niente. Secondo Istat, nel 2024 il 22,4% delle persone dai 14 anni in su assegna ai partiti una fiducia almeno sufficiente, contro il 9,9% del 2012. Rimane un livello basso, ma è cresciuto rispetto a quell’anno. Per il Parlamento la quota passa dal 22,9% al 40,8%. Il racconto di un crollo continuo non regge a questo confronto.
Un’altra indagine illumina il problema dell’ascolto. Nella rilevazione OCSE svolta nel 2023 e pubblicata nel 2024, solo il 22% degli adulti in Italia ritiene che il sistema politico permetta a persone come loro di avere voce nelle decisioni del governo. Chi sente di non avere voce esprime fiducia nel governo molto meno spesso di chi sente di averla: la distanza è di 45 punti percentuali.
È un’associazione, non la prova che una sola causa spieghi la sfiducia. Le due indagini, inoltre, usano domande e popolazioni diverse: quei numeri non vanno sommati. Il dato OCSE dà però una ragione per prendere sul serio una domanda molto semplice: quando parlo, qualcuno può davvero cambiare una decisione?
Perché un colpevole già pronto può sembrare una risposta
Immagina di uscire da quello sportello e di trovare un discorso che descrive esattamente la tua giornata. Finalmente non sei tu quello incapace di capire. Chi parla ha visto la fatica, l’umiliazione, il tempo buttato. È comprensibile volerlo ascoltare ancora.
Se quella stessa voce indica come causa la persona in fila accanto a te, resta da mostrare quale rapporto abbia con il tuo documento fermo. Chi ha deciso quella procedura? Chi dispone del personale? Dove si è interrotta la pratica? La rabbia per un danno reale non rende automaticamente vera ogni spiegazione del danno.
Il rapporto tra il torto descritto e la responsabilità attribuita va verificato anche nei discorsi che ci piacciono, di qualunque schieramento.
Le responsabilità possono essere precise e documentabili. Riconoscere che una decisione ha una storia complicata non dovrebbe servire a sottrarre chi l’ha presa alle domande. Né la gentilezza di chi è allo sportello cancella l’obbligo dell’ufficio di rispondere.
Tre domande per capire una promessa politica
Davanti a una proposta, anche condivisibile, provo a tenere separate tre domande. Non richiedono di conoscere ogni norma; servono a capire quale pezzo manca alla spiegazione.
- Quale danno dovrebbe cambiare, precisamente? Nel caso di una visita rimandata, «migliorare la sanità» non dice ancora quando quella persona potrà essere visitata. Una proposta diventa valutabile quando indica che cosa cambierà per chi sta aspettando.
- Chi ha il potere di farlo, e che cosa deve decidere? Possono servire risorse, un’organizzazione diversa, una scelta politica. Sapere chi può intervenire permette di rivolgere la richiesta a qualcuno che abbia una competenza effettiva. Quella persona non coincide necessariamente con chi ha provocato il danno.
- Da che cosa capiremo se la promessa è stata mantenuta? Un termine, un risultato osservabile, una risposta pubblica. E, se quel risultato non arriva, la possibilità di tornare a chiedere conto della decisione.
Un cittadino può non avere il tempo o gli strumenti per ricostruire tutto questo da solo. Chiederlo a chi presenta una proposta è già una richiesta legittima. Dovrebbero aiutarlo anche un giornale, un’associazione, un rappresentante eletto: il lavoro di capire non può ricadere interamente su chi sta subendo il problema.
Avere un interlocutore non garantisce un rimedio. Permette però di continuare una richiesta, confrontare la risposta con i fatti, riconoscere altre persone nella stessa situazione. Non occorre diventare meno arrabbiati per cominciare.
Una fiducia che lasci qualcuno raggiungibile

In un’altra scena del romanzo, una madre riceve l’indicazione di chiamare il mattino dopo. Chiede se risponderanno. Mauro le dice: «Se non rispondono, richiami me».
La donna non ha ottenuto la soluzione. Ha però qualcuno a cui tornare senza dover ricominciare il racconto da capo. Mauro si è assunto un impegno che lei potrà verificare. Nel libro quel gesto trova posto tra risultati incompleti e difficoltà che restano.
È una forma di fiducia che mi interessa raccontare. C’è spazio per persone capaci di correggersi, di richiamare, di fare un pezzo del lavoro che spettava a loro. Se al mattino nessuno risponde, quella madre sa chi richiamare.
La prossima volta che qualcuno ci dice «ho capito la tua rabbia», possiamo ascoltare quello che ha capito. E poi restare sulla cosa che avevamo chiesto, anche se intorno la discussione è già passata ad altro.